L’Universo Perfetto

Ho accettato il tuo invito a bere un aperitivo senza nessuna apparente diffidenza o difficoltà, quindi eccomi, eccoci. Che c’è? Che succede? Hai un sacco di cose da raccontarmi, ma non capisco in che maniera questo ti impedisca nel modo più assoluto di ascoltare la mia voce. Le vedi le mie labbra?

L’ape se punge muore. Eppure vola libera, fiera del suo pungiglione, ansiosa di ferire. Le persone danno il meglio di loro stesse quando si sentono prossime al principio o al termine di qualcosa. Per creare bisogna prima distruggere, per costruire è necessario avere un progetto. A questo punto entra in gioco la paura, quella strana forma di adrenalina che ti viene a salvare quando stai per finire a terra.

L’ape continua a volare, so che vuole pungermi, sa che morirà per questo. La ignoro, fa caldo, ha ragione lei. Ho accettato il tuo invito a bere un aperitivo senza nessuna apparente diffidenza o difficoltà, quindi eccomi, eccoci. Che c’è? Che succede? Hai un sacco di cose da raccontarmi, ma non capisco in che maniera questo ti impedisca nel modo più assoluto di ascoltare la mia voce. Le vedi le mie labbra? Si stanno muovendo. Puoi sentire i suoni? Ti specchi nel bianco dei miei denti. Cosa vedi? I tuoi occhi mi sembrano bellissimi.

L’ape continua a volare e tu arrossisci, si chiama autocompiacimento e non significa necessariamente saper fare qualcosa. Le apparenze, le certezze. Io che ne so.

Fumi sigarette convinto che sia tutto il resto ad ucciderti, bevi alcol perché senza uno Spritz in mano tra le sei e le otto non sei nessuno.

Penso che se la smettessi di infilarmi nelle vite di chiunque magari farei anche un favore alla maggior parte delle persone che camminano su questa terra, però non ce la faccio e quindi inizio io. Asciugavo stampi sporchi di olio in uno dei posti più squallidi del mondo, poi mi arriva una chiamata e cambio vita per la centocinquantesima volta. Mi ritrovo in questa cittadina al sud della Francia, il caffè fa schifo e sono tutti piuttosto antipatici, vivo qua per circa un mese. Il mare è bello dopotutto e il clima mite fa bene alle ossa;

penso che potrei anche ovviare a questo problema del caffè, sposare uno dei fornai della Boulangerie du Soleil, mettere al mondo due o tre bimbi con la erre moscia e crescerli a baguette e croissant. Ora che tu e la tua faccia mi state davanti sto iniziando concretamente a domandarmi come mai non l’ho fatto. Ordino un caffè solo per giustificare la mia presenza in questo posto.

Lo so, non hai ascoltato una parola, non mi senti, non vedi l’ora di vomitarmi addosso tutte le tue avventure, l’ape vola attorno al tuo bicchiere e tu cerchi di scansarla, vedo la paura nei tuoi occhi e cerco di analizzarla. Paura dell’insetto, paura del dolore, paura di qualsiasi intromissione esterna nel tuo universo perfetto. Paura di qualsiasi genere di confronto. Ti importa davvero? Siamo ombre nella vetrina, manichini in mezzo alla strada. Pose plastiche;

il nuovo taglio ti sta bene, carino il colore della tua t-shirt, il mio ombretto è di tuo gradimento, il mio profumo un po’ ti da fastidio.

Quindi inizi a parlare di Miami e di quel progetto fantastico che ti è stato proposto alla fine del master che hai frequentato l’anno scorso e che, di sicuro, ti aprirà delle nuove prospettive molto interessanti per la tua crescita professionale.

L’ape si arrampica veloce lungo la tua cannuccia colorata, si avvicina al tuo labbro superiore e ti punge. Una smorfia. Sta iniziando a gonfiarsi. Qualcosa ti scuote. Ti risveglia. Ci risveglia. E stato solo un brutto sogno?!

Foto Piergiorgio Greco
piergiorgio.greco@rivistaliquida.it
Testo di Laura Azzali
laura.azzali@rivistaliquida.it

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