Il secondo figlio

Ho esteso la “regola del minimo due” praticamente a tutti gli aspetti della mia vita: “Due lavori, due cellulari, due macchine. Ma guarda caso nessun figlio. Che bella teoria del cazzo! “. “Non posso essere così esposto, non devo dipendere da niente e nessuno. Se dovessi decidere di avere dei figli, beh ne farei minimo due”.

“Due mazzi di chiavi, minimo due mazzi. Se vogliamo anche tre”. Dario sollevò gli occhi dal contenitore di plastica, guardò Lorenzo e si passò la lingua sui denti. Pensò di rispondere, poi si censurò. Gli sembrava tutto tremendamente assurdo. Lorenzo continuò la sua dissertazione. “È una conclusione cui sono arrivato dopo anni di ansie, delusioni e sofferenze. È una sorta di salvacondotto, un’alternativa, un piano b. Una differenziazione del processo produttivo”. “Stai paragonando i figli alle merci. Esseri umani alla stregua di cotone, lino, seta e fibre sintetiche”. Fuori, nel frattempo, veniva giù il cielo. La primavera faticava a innescarsi, eccezion fatta per la consueta ansia da cambio di stagione di Lorenzo. “Non sto dicendo questo, ma bisogna cautelarsi. Oltretutto non è possibile far vivere i bambini sotto una campana di vetro”.

Il riso con i piselli del giorno prima, la fetta di pane integrale, l’acqua dentro il thermos. Dario abbassò lo sguardo e mandò giù il boccone. “Sono un estremista, un radicale, lo ammetto. Ho esteso la ‘regola del minimo due’ praticamente a tutti gli aspetti della mia vita, ma in questo caso credo ti calzi a pennello”. Lorenzo continuava a fissarlo, durante tutto quel tempo non gli aveva mai tolto gli occhi di dosso. Aspettava un cedimento, il riconoscimento della genialità della sua teoria, fosse anche una contrazione involontaria di un muscolo facciale. “Il tuo cinismo cadrà come un castello di cartapesta, crollerà nel momento in cui avrai la fortuna di mettere al mondo un figlio. Se mai avrai questo coraggio e questa fortuna”. “La prendi sul personale, vedi? offendi. Non capisci che la mia superficialità è frutto della troppa sensibilità. È una difesa, mi sto difendendo, Dario. Di ogni cosa a cui tieni, devi possederne minimo due. Un vice, l’alternativa, il secondo mazzo di chiavi, appunto. Senza saperlo, hai messo in pratica la mia teoria”.

“Mio figlio deve andare in gita, ha 9 anni, deve dormire fuori, le maestre sono un branco di ritardate, ho paura dei bulli, e dei pirati della strada, e mi vieni a dire ‘mandalo, tanto male che vada hai l’altro’. Ma dico, come ti vengono in mente certe cose, come fai soltanto a pensarlo?” D’un tratto smise di piovere, il filo incandescente della lampada da tavolo per un attimo baluginò. Un tuono, l’ennesimo, fece partire gli allarmi delle macchine parcheggiate. “Hai l’altro, esatto, e te lo ripeto. Deve essere uno strumento di libertà, la mia teoria. Libertà per tutti, per te e per loro. Hai l’altro, Dario: lascialo vivere tuo figlio. Lasciali vivere”. “Parla uno che ha due lavori, due cellulari, due macchine. Ma guarda caso nessun figlio. Che bella teoria del cazzo! Sei un paraculo, altro che uomo sensibile”.

“Non posso essere così esposto, non devo dipendere da niente e nessuno. Se dovessi decidere di avere dei figli, beh ne farei minimo due. Sono un pessimista forse”. “Che ne pensa di questo la tua amante? La tua seconda moglie. Il vero cacasotto sei tu, non io”. Un lampo illuminò a giorno il tardo pomeriggio romano, luce naturale dentro gli uffici e nei seminterrati, poi un nuovo tuono di intensità almeno tre volte maggiore del precedente. Il frigobar staccò, i monitor diventarono neri, le spie antincendio emisero un fischio, le luci di emergenza si attivarono, i computer spirarono con un lungo sospiro delle ventole. Il lavoro di un’intera giornata, i report trimestrali scomparvero dai desktop. Dario trasalì,  saltò come scosso da un torpore secolare. Gli occhi atterriti, la fronte cinerea. Incrociò gli occhi di Lorenzo. “Dimmi che avevi una doppia copia di sicurezza…”

Foto Francesco Tagarelli
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Testo di Isidoro Malvarosa
www.facebook.com/isidoro.malvarosa

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