Gelida

Cosa rappresento in mezzo a tutto questo marciume? Sono un albero? Possono sradicarmi e farmi diventare un mobile? Cosa sono? Un bicchiere? E se è così, sono pieno o vuoto? Ho solo un piccolo chicco di miele salato dentro. Non mi rimane altro. Sono gelida.

La smetti di guardarmi? Perché se continui a farlo provo ad andare via.
Lo sento che mi spii. Anche se guardi solo le mie gambe o piccoli scarti di me. Dimmi. Che cosa vuoi? Dove vogliono portarmi i tuoi occhi? Mi vuoi solo per te? Te lo chiedo perché io, al momento, faccio parte di una sedia. Sono ferma, anche se potrei muovermi e andare via. Ma non so dove. Mi costringono al silenzio. Mi dicono che devo inchinarmi. A cosa? Me lo chiedo da tempo. Poi capisco.

Se non posso fare nulla, ed essere qualcuno, allora devo inchinarmi al mondo. A quello che loro vogliono farmi vedere. Cerco di guardare oltre, ma non ci riesco. Ho un muro davanti, di mani. Una costrizione mentale che m’induce a guardare come fossi un cavallo, con i paraocchi.

A volte mi liberano, da questa presa forte che mi tiene legata tutta, tranne che la schiena. Mi liberano, ma non vedo nulla. E forse lo preferisco. Ché mi è più semplice vedere se non posso guardare.

Sento il tanfo acerbo della gente che mi costringe a fare più che a essere.
Sono uno stato confusionale, pieno di foglie morte. Riesco a percepire solo la mia mente. Il corpo è morto. Non ho più gli arti, né le viscere. Solo pensieri e capelli.

Cosa rappresento in mezzo a tutto questo marciume? Sono un albero? Possono sradicarmi e farmi diventare un mobile? Cosa sono? Un bicchiere? E se è così, sono pieno o vuoto? Ho solo un piccolo chicco di miele salato dentro. Non mi rimane altro. Sono gelida. Tutto mi hanno preso. Il mio sesso anche. Sono ancora una donna? Posso ancora godermi? Sono stanca, eppure non riesco a riposare. Le fessure di quest’unica finestra mi parlano, mi raccontano storie.

Ehi! Mi stai ascoltando? Non riesco a vederti, ma so che ci sei. Ti percepisco come il vento, e mi dai fastidio. Però ho bisogno di parlarti.
Mi sto sforzando. Voglio guardarti negli occhi. Voglio vedere se davvero sei come dicono. Onnipotente. Sempre presente. In ogni luogo e in ogni cellula. Faccio uno sforzo enorme per girarmi. Ti vedo nella penombra.
Avvicinati un po’. Fatti vedere. Anzi no, continua a guardarmi. Ché forse puoi ridarmi. Però, se proprio ti necessita, vieni più vicino. O devo aspettare la morte?

Perché io appartengo a quella razza di uomini che aspettano l’infinito per vivere. Riesco ad alzarmi, ma non ci sei più. Non parlo da giorni e cerco di farlo. Ma mi è impossibile. Ti prego torna. Dove sei? Oh Dio, dove sei?
Inducimi in tentazione, e non liberarmi mai da questo male che mi fa vivere. Vuoi il mio lenzuolo? Lo vuoi? Ma ti avverto, è sporco dei miei peccati, e puzza di noia e ribellione. Ma pago pegno. Quest’anticipo di dimenticanza, che da lontano, scialbo, scruta le mie vestigia.

Testo di Ketty Rotundo
Foto Stefania Sammarro

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